disegni e incisioni

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illustrazioni per il testo di Antonia Arslan publicato su LUOGHI DELL'INFINITO

 gennaio 2015

acquarello e carboncino su carta

Tempi di Erode

 

                                                                                    

                                                                           di Antonia Arslan

 

 

 

Cosa c'è nell'aria che ci circonda, quale nebbia melmosa, oscuramente minacciosa, ottunde le nostre menti e i nostri cuori non appena pensiamo ai bambini? Quale vento infernale ci sospinge verso un'irrequietudine perenne, vacua quanto superficiale, all'inseguimento di luccicanti fantasmi di espansione creativa dell'io, di un “realizzarsi” sostanzialmente solipsistico, senza relazione con l'Altro da sé? Perché così tante persone non sembrano più coinvolte nella trasmissione di sé attraverso la carne e il sangue dei piccoli esseri che da noi nascono, e che come esili pianticelle devono essere fatti crescere verso la luce, irrobustendosi attraverso quelle cure amorevoli e sagaci che realizzeranno in loro il nostro futuro? La catena delle generazioni sembrerebbe qualche volta essersi perduta...

         I bambini non interessano più, se non come appendici solitarie e nervose, giocattoli di adulti immaturi. O come oggetti sessuali, creature impotenti da torturare. Una nuvola greve, portatrice di ogni maleficio, si estende da un capo all'altro della terra sui piccoli umani, un destino di precarietà e di intima solitudine, o peggio, una perversa maledizione che viene attirata proprio dalla loro fragilità, immaturità fiduciosa, giovinezza estrema. E così l'Occidente sperpera la sua forza, avviandosi a un tramonto vile ed arreso, in cui le luci sfolgoranti della modernità piano piano si abbassano, come un sipario alla fine della rappresentazione.

         Sono i tempi di Erode. Ogni giorno la cronaca porge, come piatti prelibati offerti alla curiosità malata di un pubblico abusato e stanco, immagini di nuovi orrori (o di vecchi orrori, rinfrescati con le nuove tecnologie): decapitazioni, torture, violenze, stupri, persecuzioni. Rievocazioni storiche, film, documentari, cronache giornalistiche spingono sempre più in alto l'asticella di quello che si descrive o si fa vedere pur di impressionare. E in questo panorama sanguinario e corrusco si tende a dimenticare che l'erompere della brutalità non temperata da nessun limite e da nessuna norma, da nessun tentativo di civile convivenza o di rispetto per gli sconfitti e i più deboli, è certo da sempre una componente del lato più oscuro dell'essere umano, ma erompe però con violenza assoluta nel Novecento, come l'improvvisa eruzione del Vesuvio a Pompei.

         Durante guerre tradizionali e guerre civili, insurrezioni, rivolte, massacri, è stata la cosiddetta “popolazione civile” (vecchi, donne e bambini) a diventare spesso il primo bersaglio, trattato con tanta maggiore spietatezza quanto più si esercita su minoranze indifese, che appaiono miserabili e degne di pietà. Ma l'odio si scatena proprio contro di loro, e le vittime più ricercate sono i bambini. Se Erode compì la strage degli innocenti per eliminare il Bambino Gesù, il neonato pericoloso che si trovava fra loro (e non gli importava proprio niente di quanti i suoi soldati ne uccidessero), quale pretesto mai avrebbero potuto usare i gendarmi e gli irregolari turchi che – uccisi gli uomini - accompagnavano gli armeni nella deportazione verso il nulla nel deserto siriano, o le SS che badavano a stivare gli ebrei nei vagoni piombati, o i burocrati del nuovo ordine staliniano che portavano via l'ultima patata ai contadini ucraini affamati? O quelli che – oggi – tolgono i bambini ai giochi e alle madri, e li addestrano alla guerra e ad attentati suicidi?

         Il fatto è che non ci sono scuse, né giustificazioni possibili. Ma mentre la disperazione degli adulti che non possono più salvare se stessi, né proteggere le loro creature, è cosciente e tragica insieme, quella dei bambini è inconsapevole e ancora più tragica. Loro semplicemente non capiscono, e subiscono ad occhi spalancati il peggiore dei destini, la privazione improvvisa (e senza possibilità di ricupero) di quel mondo dorato dell'infanzia che si chiude dietro di loro come un cancello invalicabile, grondante del sangue dei loro cari, dei padri e delle madri che non hanno potuto difenderli. Vedendosi lanciati fuori dal caldo nido nel vasto mondo ostile, imparando la morte come una presenza terribile ma familiare, che colpisce uno dopo l'altro tutti gli adulti di cui si fidano, finché restano soli di fronte all'ignoto, nel loro cuore si deposita per sempre un profondo odio di sé per la colpa di essere sopravvissuti, e un bisogno di tenerezza e di oblio che nessun farmaco o amore riuscirà mai a colmare.

         Immaginiamo uno solo di quei bambini armeni di sei-sette-otto anni che videro uccidere, in un qualche sereno giorno del maggio 1915, ritornando da scuola, il padre, gli zii, i fratelli maggiori, tutti gli uomini della casa. E quell'evento segnò per sempre la cesura fra un passato continuamente poi rivissuto nell'angoscia della nostalgia e della perdita, e un presente di minacce, pericolo costante, solitudine - e un gelo nel cuore che nessuno potrà più riscaldare. Ecco Zacharias, che pure ha avuto la fortuna di resistere alla prima deportazione insieme alla mamma, che gli urla di scappare mentre viene violentata da due guardie: e lui lo fa, e sopravvive, ma non se lo perdonerà mai.

         Ecco Levon Surmelian, nato nel 1907, che vede gli orrori degli annegamenti di Trebisonda, finisce in Russia e poi in un orfanotrofio di Costantinopoli, e scrive a quindici anni (perché il genocidio è per lui come una barriera che lo separa per sempre dai suoi cari, una linea d'ombra sovrastata dall'immagine della madre morta) una poesia che chiama Un detto sul silenzio: “O silenzio / scendi, scendi, / e coprimi / come l'anima di  mia madre / la mia dolce, tenera mamma.”

         Ecco le due sorelline, sei e sette anni, che tornano da scuola tenendosi per mano, e quando sono in vista di casa il vicino turco esce sulla porta e svelto le fa entrare in casa sua, e così gli salva la vita. Ma non vedranno mai più i genitori e i fratelli, non sapranno mai più nulla di loro; e qualche mese dopo, il vicino pur bene intenzionato le separerà per salvare le loro vite. Finiranno in due paesi lontani, con due diversi destini, e si rivedranno solo trent'anni dopo, come due estranee, soltanto per pochi giorni...

         Ecco il ragazzo affondato nella pila di cadaveri che è ormai diventata la sua famiglia. Lui è ferito solo lievemente; dopo qualche tempo si alza e mentre vacillando si guarda intorno vede uno degli assassini fermo sulla porta. Ma a costui l'ebbrezza omicida è passata, lo prende per un braccio, lo porta a casa sua, lo adotta come un figlio. E sessant'anni dopo, ormai vecchio, intervistato in California, l'uomo risponde: “Come potevo volergli bene? Non sono mai riuscito a decidere se ringraziarlo perché mi aveva salvato la vita, oppure odiarlo perché aveva ucciso tutti i miei cari, lasciandomi solo per sempre.”

         Eppure nasce, bambino, il Figlio di Dio. Nasce ogni anno e ogni anno viene ucciso. Ma ogni anno ci viene donato di nuovo, testimone di una speranza che ogni anno rinasce.